Per vivere con onore bisogna
struggersi,
turbarsi,
battersi,
sbagliare,
ricominciare da capo
e buttare via tutto,
e di nuovo ricominciare
e lottare
e perdere
eternamente.
La calma è una vigliaccheria dell'anima.
È saggio colui che apprende da ogni uomo. È forte chi padroneggia la sua passione. È ricco colui che è felice della sua sorte. È onorato colui che onora gli altri uomini. È la sapienza ebraica a suggerirci questo bel motto desunto dai Pirqê Abôt, i "detti dei padri", una sorta di condensato della saggezza tradizionale antica di Israele.
Sono quattro brevi frasi che delineano il ritratto della persona veramente matura e autentica. Tale è chi sa imparare da chiunque incontri: ci vuole umiltà e rispetto degli altri per essere così aperti e disponibili a scoprire anche nella persona più semplice il suo bagliore di luce e di verità. Si è veramente perfetti, poi, quando c'è la capacità di controllare se stessi: berciare, vendicarsi, prevaricare è segno solo di impotenza, di meschinità, di incapacità nel comprendere le opinioni altrui e nell'argomentare le proprie. Accumulare beni senza posa diventa alla fine un incubo e una maledizione. Il vero uomo sereno chiede a Dio di «non dargli né miseria né ricchezza, ma solo il cibo necessario» (Proverbi 30, 8). Infine, è dal rispetto per gli altri che nasce il rispetto degli altri. Vivere di gelosia, invidia, calunnia non è solo indizio di meschinità d'animo ma anche sorgente di tormento e di insoddisfazione. A questi quattro consigli ne aggiungiamo un altro di rabbí Shlomo sulla carità: «Se vuoi sollevare un uomo dalla melma e dal fango, non credere di poter restare in alto, accontentandoti di stendergli una mano. Devi scendere giù pure tu nella melma e nel fango per afferrarlo con mani forti e ricondurlo a te nella luce».
“Mentre il sole tramonta/ io continuo a cercare,/ senza nessuno intorno./ Continuo a cercare,/ ma ancora non ho trovato la mia strada./ Dimmi ora, dimmi, dimmi,/ dove posso trovare un po' di tranquillità./ Dimmelo, dimmelo, dimmelo/ e io ti seguirò/ subito"/ Una fede ristoratrice/ io continuo a cercare./ Ma ancora non ho trovato/ la mia strada" (Chris Cappell)
«Continuo a cercare», I keep Searching, scrive Chris con la Maiuscola sul «cercare» in inglese, consapevole che è la realtà più preziosa della vita. Troppe volte, infatti, ci si accomoda nella pianura, avvolti nella nebbiolina dell'afa, intontiti dal cibo e dalle cose e non si ha più voglia di salire verso l'alto, l'aria pura, la luce trasparente, il silenzio denso. «Lasciami correre via/ dove posso essere me stesso/ dove posso trovare la mia strada». Tutti abbiamo bisogno di cercare per trovare.
Su questa immensa nave dove tutti galleggiamo, in un angolo si soffre, in un altro si uccide, poco più in là si balla. Ma l"equipaggio tiene la rotta, anche se nessuno arriva a destinazione. Così parla con amaro pessimismo uno dei personaggi del romanzo Le ali ai piedi della scrittrice Laura Bosio Il libro, che è un finissimo viaggio dentro la vita per approdare alla morte, condotto da due donne, contiene una piccola folla di persone, eventi, luoghi ove si celebra la liturgia dell"esistenza con le sue glorie e le sue miserie, i suoi amori e le sue crudeltà. Il percorso avanza, pur ripetendosi, ma "secondo la visione di quel personaggio" non conosce una meta, cioè "l’approdo in un porto sereno sulla cui riva si stenda una bella città”.
Evoco quest’immagine della navigazione per raffigurare la vita perché essa ben esprime le sensazioni di tanti che lasciano fluire i loro giorni nella consapevolezza che essi non hanno uno sbocco da attendere, una destinazione significativa.
È proprio l"antitesi della visione della Bibbia che ha come ultima pagina l"affresco di una Gerusalemme nuova ove si placa la nostra ansia, ove si cancella la desolazione, ove Dio incontra la sua creatura attirandola a sé nell’eternità della sua luce.

La vita può essere capita solo guardandosi indietro ma deve essere vissuta guardando avanti. 
Sono due gli sguardi che il filosofo danese Soeren Kierkegaard propone di effettuare per dar senso alla propria vita.
Il primo è retrospettivo: è un esame del passato, un vaglio di ciò che ormai è immutabile ed è alle nostre spalle. Se siamo capaci e desiderosi (spesso non si vuole guardare più, neppure per un istante, a ciò che abbiamo fatto o pensato) di giudicare ciò che siamo stati, diventiamo pronti a correggerci, a emendarci, persino a convertirci radicalmente.
Penso alle Confessioni di sant'Agostino, uno sguardo fermo e acuto sul passato per trasfigurare il futuro.
Anche se si è ridotta ormai solo a una battuta, c'è un'anima di verità nel celebre motto latino historia magistra vitae.
Tuttavia, non basta sostare su ciò che è ormai trascorso e concluso; tanti di noi si lasciano prendere dalla nostalgia (parola greca che letteralmente significa "malattia del ritorno") e diventano inerti, malinconici o scoraggiati.
La "ricerca del tempo perduto" non è solo il titolo della famosa opera di Proust, è anche un atteggiamento dello spirito che nella Bibbia è rappresentata nella moglie di Lot che guarda indietro e s'attarda bloccandosi.
Avere il coraggio di andare avanti, di progredire, di passar oltre verso nuovi traguardi, ritrovando il gusto della ricerca, dell'attesa, della novità: questa è la mia vera sfida.
«La cosa importante non è tanto dove stiamo - diceva lo scrittore americano Oliver W. Holmes - quanto in che direzione stiamo andando».